Il sistema fiscale italiano suddivide i proventi derivanti dagli investimenti finanziari in due macro categorie distinte, i redditi di capitale e i redditi diversi, applicando regole di compensazione asimmetriche che condizionano l’ottimizzazione del portafoglio. I certificates si collocano interamente nell’alveo dei redditi diversi in quanto strumenti derivati cartolarizzati. Questa classificazione rappresenta un vantaggio strutturale rispetto ad altri prodotti come gli ETF, i cui proventi sono considerati redditi di capitale e non possono essere utilizzati per recuperare le perdite pregresse.
Investire, ad esempio, attraverso un certificato benchmark sull’S&P500 per recuperare una minusvalenza su azioni richiede innanzitutto di approfondire la conoscenza del sottostante e di definirne la view di mercato. Ipotizziamo di avere accumulato 1.000 euro di perdite precedentemente contabilizzate nello zainetto fiscale. Dopo un determinato periodo l’investimento nel certificato benchmark ha generato un utile di 1000€. Ecco: quei 1000€ possono essere compensati con le minusvalenze, facendo risparmiare l’aliquota sostitutiva del 26%.
Come per ogni strumento finanziario, tuttavia, l’analisi deve metterne a fuoco sia i pro sia i contro. Se l’efficienza fiscale è il punto di forza dei certificati, sul piatto della bilancia va considerato il fattore di costo: rispetto agli ETF, infatti, questi prodotti presentano tendenzialmente costi più elevati. Questa maggiore onerosità è legata alla complessità della struttura derivata assemblata dall’emittente, una caratteristica strutturale che richiede una valutazione attenta per capire se il beneficio fiscale offerto compensi effettivamente il costo di detenzione del prodotto.
E’ bene tenere a mente, che l’applicazione di questo beneficio fiscale risulta inoltre strettamente correlato al regime fiscale scelto per il proprio conto d’investimento. Nel regime amministrato, applicato di default dalle banche e dai broker stabiliti in Italia, la compensazione delle minusvalenze avviene in modo del tutto automatico all’atto della liquidazione della plusvalenza. Al contrario, qualora si operasse in regime dichiarativo tramite intermediari esteri privi di sostituto d’imposta, il calcolo dei flussi compensativi non si attiverebbe autonomamente, imponendo il computo manuale delle posizioni all’interno della dichiarazione dei redditi annuali.
Un’attenzione particolare va riservata anche ai certificati a capitale protetto, per i quali l’efficienza fiscale si manifesta esclusivamente sull’eventuale surplus liquidato a scadenza rispetto al valore nominale di emissione. Se lo strumento si limita a rimborsare la quota iniziale di 100 a causa di un andamento piatto o negativo del sottostante, l’operazione non genera alcuna componente di reddito imponibile o compensabile. Se invece il rimborso finale risulta superiore al nominale, l’eccedenza dovrebbe essere trattata come reddito diverso, consentendo l’abbattimento delle minusvalenze pregresse.
In ultima analisi, è fondamentale ricordare che l’ottimizzazione fiscale deve rappresentare un elemento secondario rispetto alla valutazione strategica dell’operazione. Considerato che i certificati d’investimento costituiscono obbligazioni della banca emittente non coperte dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, è indispensabile muoversi con responsabilità, selezionando strumenti finanziari con un ottimo profilo di rating e un ottimo profilo rischio/rendimento allineato con i propri obiettivi. Anteporre sempre la solidità del sottostante e la qualità dell’emittente rispetto al mero vantaggio fiscale rimane la regola cardine per ridurre al minimo il rischio, per quanto remoto, di default.






