Dai volumi da record del 2025 all’accelerazione del 2026: perché i certificati d’investimento sono diventati uno strumento di massa nel risparmio gestito italiano
Il mercato italiano dei certificati d’investimento ha smesso da tempo di essere un segmento di nicchia riservato agli investitori istituzionali. I dati di ACEPI — l’Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento, che rappresenta oltre il 92% del mercato — raccontano una traiettoria di crescita che non ha precedenti nella storia di questo comparto, con volumi che si sono più che raddoppiati nell’arco di tre anni e record assoluti che cadono con cadenza trimestrale.
Il 2025 ha chiuso con 31,8 miliardi di euro collocati sul mercato primario dagli associati ACEPI, il massimo storico per un intero anno solare. Numeri che il 2026 sembra già destinato a superare: nel solo primo trimestre, i volumi collocati hanno raggiunto 9,5 miliardi di euro, con un incremento del 36% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. ACEPI ha definito il dato un doppio record assoluto, perché nella stessa finestra temporale è stato battuto anche il primato nel numero di prodotti collocati, con 654 emissioni — il 5% in più rispetto al record precedente.
Per comprendere la portata di questi numeri occorre contestualizzarli. I certificati d’investimento sono strumenti derivati cartolarizzati, quotati e negoziabili sui mercati regolamentati di Borsa Italiana — principalmente il SeDeX e l’EuroTLX — che combinano diverse strutture e che perseguono diversi obiettivi di investimento.
Alla fine del 2025, sul mercato italiano erano attivi oltre 11.500 certificati negoziabili (fonte: ACEPI, dati outstanding). Il dato sull’outstanding — cioè il valore complessivo dei prodotti ancora in circolazione — fotografa un comparto con masse investite che orbitano intorno alle decine di miliardi di euro, dimensioni comparabili con quelle del mercato italiano degli ETF di qualche anno fa.
La crescita non è episodica. Ha radici strutturali: i tassi d’interesse in crescita del ciclo 2022-2024 hanno reso economicamente vantaggioso costruire strutture con cedole attrattive e barriere di protezione, amplificando la domanda degli investitori retail che cercavano rendimento con un profilo di rischio definito ex ante. Con il progressivo rientro dei tassi avviato dalla BCE nel 2024, il mercato non si è contratto — si è adattato, spostando le preferenze verso strutture con orizzonti temporali più lunghi e maggiore attenzione alla protezione del capitale.
Il panorama degli emittenti è dominato da grandi banche internazionali e domestiche, tutte associate ad ACEPI. Tra gli operatori più attivi figurano BNP Paribas, Société Générale, UniCredit, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Vontobel, Leonteq Securities, Barclays, Natixis, Crédit Agricole, Banco BPM e BPER. A questi si aggiungono operatori più specializzati come Intermonte e Marex, entrato nell’associazione di recente.
Il modello distributivo segue due canali principali. Il collocamento tradizionale passa attraverso le reti bancarie e i consulenti finanziari, che propongono i certificati nell’ambito di strategie di portafoglio strutturate. Il collocamento diretto in borsa — il cosiddetto direct listing — sta invece guadagnando quota, con emissioni che vengono quotate direttamente sul mercato secondario senza una fase di collocamento dedicata, abbattendo i tempi e consentendo agli emittenti di rispondere più rapidamente alle condizioni di mercato.
Analizzando la composizione del mercato primario, emerge con chiarezza quale categoria di prodotto guida la domanda. I certificati a capitale condizionatamente protetto — quelli che offrono una tutela del capitale subordinata al mancato sfondamento di una barriera durante la vita del prodotto — rappresentano da anni il cuore dell’offerta commerciale. Nel primo trimestre 2025, i certificati a capitale protetto hanno rappresentato il 62% del totale collocato (fonte: ACEPI/FocusRisparmio), con le strutture Equity Protection a coprire da sole il 34% del mercato. All’interno della categoria condizionatamente protetta, le strutture con meccanismo autocall (rimborso anticipato automatico se il sottostante si trova sopra una soglia prefissata alle date di osservazione) dominano il mercato in termini di volumi.
Il prodotto di gran lunga più diffuso è il certificato Phoenix, una struttura che combina l’autocall con l’erogazione di cedole periodiche e l’effetto memoria — meccanismo che consente di recuperare le cedole non pagate nei periodi in cui il sottostante si trovava sotto il livello di attivazione. Molto comune è anche la variante Cash Collect, che segue la stessa logica dei Phoenix ma con differenze tra prodotto e prodotto.
Tra i certificati a capitale condizionatamente protetto si trovano anche le strutture Softcallable — dove il diritto al rimborso anticipato è discrezionale dell’emittente, non automatico — e i Twin Win, che consentono di beneficiare sia dei rialzi che dei ribassi del sottostante entro i limiti imposti dalla barriera. Le strutture Reverse Convertible, con cedola incondizionata e rimborso legato al comportamento del sottostante a scadenza, completano il quadro della categoria.
Una variante strutturale che si è diffusa negli ultimi anni è quella dei certificati Maxi Coupon, che concentrano una parte consistente dei proventi nella cedola iniziale, modificando la distribuzione temporale dei flussi e generando vantaggi fiscali che il regime italiano dei redditi diversi rende particolarmente significativi.
Le ragioni dell’adozione di massa di questi strumenti sono più di una e si alimentano reciprocamente.
La prima è fiscale. I proventi dei certificati sono classificati come redditi diversi, il che consente di compensare le plusvalenze con eventuali minusvalenze pregresse realizzate su altri strumenti della stessa categoria — un’opportunità che gli ETF, classificati come redditi di capitale, non offrono. Per un investitore con un “zainetto fiscale” di minusvalenze accumulato, questa caratteristica può fare la differenza tra un rendimento netto competitivo e uno penalizzato dalla fiscalità.
La seconda ragione è la struttura del rischio. I certificati a capitale condizionatamente protetto offrono cedole periodiche anche in scenari di mercato laterale o moderatamente ribassista, purché il sottostante non sfori la barriera. Per un investitore che non si aspetta grandi rialzi ma teme la volatilità, questa asimmetria nel profilo di rischio/rendimento è difficile da replicare con strumenti tradizionali. Il funzionamento delle barriere — europea, continua o discreta — è uno degli elementi tecnici più rilevanti da comprendere prima di investire.
La terza ragione è l’accessibilità. Il taglio minimo di molti certificati è di 1.000 euro, con taglio nominale standard a 100 euro su alcuni mercati, e la negoziazione in borsa garantisce liquidità giornaliera. Questo li rende strumenti che possono essere integrati anche in portafogli di dimensioni medie, non riservati alla clientela private.
Infine, l’ampiezza dell’offerta. Le cinque macro-categorie riconosciute da ACEPI — certificati a capitale protetto, a capitale condizionatamente protetto, a capitale non protetto, a leva e Credit Linked Notes — coprono un ventaglio di obiettivi di investimento che spazia dalla protezione integrale del capitale all’esposizione amplificata ai movimenti di mercato. I certificati a capitale protetto, in particolare, propongono il rimborso del nominale a scadenza indipendentemente dall’andamento del sottostante, salvo rischio emittente.
Ogni certificato quotato in Italia è soggetto alla normativa europea PRIIPs e deve essere accompagnato da almeno due documenti fondamentali: il KID (Key Information Document) e i Final Terms. Il primo sintetizza in forma standardizzata le caratteristiche del prodotto, i costi e gli scenari di performance. Il secondo costituisce il documento contrattuale vincolante che definisce in modo puntuale tutti i parametri dell’emissione. Orientarsi tra questi due livelli documentali è essenziale per una valutazione consapevole dello strumento.