La relazione tra volatilità, Sharpe Ratio e il ruolo della decorrelazione nella gestione del portafoglio
Nel mondo degli investimenti, il rendimento e il rischio sono due facce della stessa medaglia: spesso non è possibile inseguire performance superiori alla media senza accettare una contestuale e proporzionale dose di incertezza. Comprendere a fondo questo legame, superando l’illusione di poter ottenere guadagni facili e privi di oscillazioni, rappresenta il primo vero passo per costruire una strategia consapevole.
Il rendimento atteso è una media ponderata degli scenari possibili. Se un investimento ha il 50% di probabilità di fare +20% e il 50% di fare -10%, il rendimento atteso è il 5%. Non significa che il portafoglio realizzerà esattamente il 5% a fine anno, ma che in media, su un numero molto elevato di scenari ripetuti, la tendenza si potrebbe muovere verso quella cifra.
L’errore classico risiede nel confondere il rendimento atteso con un rendimento garantito. I titoli di Stato a breve termine offrono flussi certi e oscillazioni minime, mentre le azioni americane hanno registrato storicamente una media dell’8-10% annuo, affrontando però un percorso ad alta volatilità, con anni a -30% e anni a +40%. Se il rendimento potenziale di un’attività rischiosa non offre un premio significativo rispetto a quello delle obbligazioni più sicure, significa che si sta esponendo il capitale a un rischio inutile. Bisogna inoltre ricordare che la storia dei mercati ha conosciuto i cosiddetti “decenni perduti”, fasi in cui le borse sono rimaste sostanzialmente ferme per dieci anni: la pagina della storia aiuta, ma nessun asset garantisce rendimenti futuri certi basandosi su quelli passati.
In finanza, il rischio non corrisponde semplicemente alla probabilità di perdere. Viene identificato con la volatilità, ovvero la misura di quanto i rendimenti si discostano dalla loro media storica (espressa statisticamente dalla deviazione standard). Un investimento che realizza costantemente il +5% ha un rischio statistico nullo. Uno che registra il +40% un anno e il -30% l’anno successivo esprime un rischio elevato, anche se la media matematica dei due periodi rimane positiva.
In termini pratici, il rischio si traduce nell’ampiezza delle oscillazioni del portafoglio lungo il percorso. Generalmente, i mercati tendono a classificare le attività in diverse macro-categorie:
- Rischio zero: non esiste in contesti reali di mercato.
- Rischio basso: titoli di Stato a breve scadenza, conti deposito, fondi monetari.
- Rischio medio: obbligazioni societarie (corporate bond), fondi bilanciati, azioni di grandi aziende consolidate.
- Rischio alto: mercati azionari emergenti, società a piccola capitalizzazione (small cap), strumenti altamente speculativi.
Per i sostenitori del value investing, tuttavia, la vera natura del rischio non risiede nelle oscillazioni temporanee del grafico, ma nella fragilità dei conti e nella possibilità di subire una perdita permanente del capitale. Se si acquista un’azienda basandosi sulla solidità dei suoi fondamentali e sulle sue prospettive di crescita, il rischio reale dovrebbe diminuire proprio in virtù della sua stabilità patrimoniale e finanziaria.
Non a caso, molti investitori di questa scuola cercano di calcolare diversi valori come ad esempio il valore di liquidazione di un business, ovvero quanto varrebbe l’azienda se dovesse cessare l’attività, vendere tutti i beni fisici (immobili, macchinari, scorte) e saldare i debiti. In rari momenti di panico sui mercati, può persino accadere che un’azione venga scambiata a un prezzo inferiore al valore di liquidazione dei suoi soli asset tangibili. Si tratta di calcoli complessi che non eliminano l’incertezza intrinseca dei mercati, ma che offrono un solido vantaggio strategico e un forte margine di sicurezza.
Per confrontare la bontà di investimenti che presentano rendimenti e livelli di rischio differenti, la metodologia d’analisi utilizza lo Sharpe Ratio. Questo indicatore calcola il rendimento extra ottenuto rispetto a un investimento privo di rischio (risk-free), rapportandolo direttamente alla deviazione standard del portafoglio.
Un esempio pratico aiuta a capire l’efficienza: un fondo A che rende il 10% con una volatilità del 15% esprime uno Sharpe pari a circa 0,43. Un fondo B che rende l’8% ma con una volatilità di appena il 6% mostra uno Sharpe pari a 0,75. Il secondo fondo genera un rendimento nominale inferiore, ma risulta nettamente più efficiente nella gestione del rischio. Un valore superiore a 1 è generalmente considerato ottimo, mentre un dato sotto lo 0,5 indica un’efficienza mediocre. Non esistono tuttavia formule magiche.
La moderna teoria di portafoglio ha dimostrato che combinando diverse attività rischiose è possibile ridurre il rischio totale della struttura senza necessariamente contrarre il rendimento atteso complessivo. Il vero motore di questo meccanismo è la decorrelazione: gli asset inseriti in portafoglio non devono muoversi all’unisono. L’oro, ad esempio, tende storicamente a mostrare comportamenti indipendenti o anticiclici rispetto alle borse nei momenti di forte stress, così come le obbligazioni aiutano a smorzare la volatilità della componente azionaria.
Il valore della diversificazione non risiede nel ridurre la quota di capitale investita, ma nel distribuire quel capitale su rischi differenti e non legati tra loro. Sebbene questo approccio non sia in grado di proteggere dai rischi sistematici (come i grandi shock macroeconomici globali che colpiscono contemporaneamente tutti i mercati mondiali), mitiga efficacemente il rischio specifico delle singole aziende o dei singoli settori industriali. Ed è esattamente questo il punto di partenza per una corretta pianificazione finanziaria.




